E anche quest'anno e' arrivata la Primavera. Sound. Il festival barcelonese e' oramai un'istituzione della musica indie. Ma non solo. Pur continuando a tenere (per fortuna) quell'impronta alternativa che lo contraddistingue, piano piano il festival sta aprendo anche ai nomi grossi, che sicuramente indie non sono, ma che comunque lo hanno ispirato di brutto, l'indie. Eccome.
Quest'anno infatti l'attrazione principale era un certo Neil Young. Peso pesado, come dicono qui. Ovviamente non c'era solo lui. La cartelera era davvero impressionante, anche se forse meno di altri anni. My Bloody Valentine, Yo la tengo, Jarvis Cocker, l'ex Grandaddy Jason Lytle, Bloc Party, Trowing Muses, Damien Jurado, Andrew Bird, ecc ecc ecc. Eppure, l'attesa era tutta per il vecchio rocker, che suonava il sabato, il giorno clou.
Il sottoscritto, per diversi motivi, ha deciso di comprare il biglietto all'ultimo momento, stavolta solo per il sabato. Mi sono mangiato le mani, ovviamente, per essermi perso tanto ben di dio. Ma tant'e'. Ho sganciato 75 euretti e via.
Bueno, arrivo verso le 6 e dopo il giretto di ambientamento sono andato allo scenario Pitchfork (soooo indie!!!) per vedermi un poco degli Shearwater, che ricordavo per la colonna sonora di un bel film indipendente americano, In Search of a midnight kiss...bravini, anche se pensavo assomigliassero di più agli Okkervil River, vista la presenza dell'ex tastierista. Son andato via prima che finissero il loro act a fare la fila per i ticket delle birre (sempre piu' care, by the way) e subito mi son fiondato al palco estrella damm a vedermi i riformati Jayhawks. Louris e Olson di nuovo assieme! A dire il vero ho stentato a riconoscere Mark Olson. Invecchiato malissimo. Ha 46 anni, mi pare, ma ne dimostra almeno dieci di piu'. Mi sa che non si e' ancora ripreso dal divorzio con Victoria Williams. Mentre invece Gary Louris e' sempre uguale a 13 anni fa. Ma uguale uguale, eh. Che bravi erano i Jayhawks. Con la loro americana che piu' americana non si puo', arricchita dall'impasto meraviglioso delle due voci, con le chitarre acustiche ed elettiche a disegnare il loro alt country di altissimo livello. A dire il vero il concerto ha stentato a decollare, ma piano piano i due si sono sciolti, deliziando il pubblico con le varie Miss Williams Guitar, Blue, I'd run away, Bad time. Bravi.
Dopo i Jayhawks, in compagnia del mio mezzo litro di Estrella, mi sono subito avvicinato al palco e mi sono "accampato", malgrado mancasse ancora piu' di un'ora all'inizio di Neil Young. E ho fatto bene: pieno all'inverosimile. In tre anni al Primavera non ricordo un concerto cosi affollato. Che mi son goduto a una decina di metri dal palco. E per una volta circondato da parecchi sessantenni venuti apposta per vedere il vecchio hippie di Toronto. Scenografia molto oldie, come e' giusto che fosse. Strumenti che piu'classici non si puo', compreso un organo a canne. E due, tre chitarre per Neil. Che inizia, picchiando forte sulla sua Les Paul nera, con Mansion on the Hill e soprattutto con Hey Hey my my. Con il feedback assassino, con i cori e la gente letteralmente impazzita. Young ha scritto cosi tanti classici che potrebbe suonare, senza fermarsi, per un giorno intero. Stavolta ha suonato per quasi due ore, con una energia straordinaria, offrendo un concerto davvero superbo. Anche se inizialmente erano previste due ore e mezza. Vabbè, magari ci siamo risparmiati il consueto assolo di venti minuti. E pazienza se non ha suonato Helpless. O See the sky about to rain. O Like an hurricane. Se lo puo' permettere, Neil. Come si puo' permettere una splendida A day in the life dei Beatles in chiusura. Rock and roll will never die.
Dopo tanta intensita' c'era bisogno di un poco di relax. Anche per la mia povera schiena che ormai lancia segnali inequivocabili sulla mia capacita' di resistenza durante appuntamenti del genere. Mah. Comunque, altra birra, ad accompagnare un panino, e poi un giretto tra palchi prima dei Sonic Youth.
Mi sono soffermato a vedere i DeerHunter, al Rockdeluxe. Bel gruppo, davvero. Il tipico gruppo giovane e indie da Primavera Sound. Melodie, chitarre sature, batteria tirata, un pizzico di elettronica, un po' di ambient miscelata a muri di feedback. Forse un po' derivativi (ma chi nn lo è, ormai?). Pero bravi.
Senza finire con i Deerhunter (che hanno raggruppato davvero un sacco di gente) mi sono ri-avviato verso il palco Estrella Damm per i Sonic Youth. A dire il vero gia' visti due anni fa, quando suonarono interamente Daydream Nation. Ma come si fa a perdersi i Sonic Youth, avendone l'occasione? Infatti i newyorkesi non deludono neppure stavolta. Devastanti. E ancora oggi, avanti anni luce. Uno più bravo dell'altro. Dalla fascinosa Kim a Thurston, dal nuovo bassista (due bassi.. questi son matti), che se non sbaglio era il bassista dei Pavement, all'inimitabile Ranaldo. Sino al monumentale Steve Shelley dietro i tamburi. Ecco, Shelley e' qualcosa di innaturale. Davvero. Una mitragliatrice. Son rimasto per l'ennesima volta a bocca aperta. Fondamentale nel sound dei Sonic. Un sound, anche questo, soooo ninetees, che mi ha riportato indietro ai miei 24/25 anni.
Gli anni 90, pensandoci ora, sono stati davvero anni belli per la musica rock. Magari lo dico per avergli vissuti da ventenne, quando tutto ti sembra nuovo, ribelle, entusiasmante, quando vuoi prendere la vita a schiaffi. E una chitarra elettrica distorta ti dice piu' cose di chiunque. Magari e' per quello. Perche' poi si cambia. Inizi a sentirgli te, gli schiaffi che ti da la vita. Fortissimi. Vabbè. Era gran musica, altroche'.
En fin, dopo i Sonic Youth, con la schiena a pezzi manco fossi stato preso a colpi di bacchette da Steve Shelley, mi arrendo e invece di prendere un'altra birra preferisco una coca cola, prima di andare a casa, rinunciando ai Black Lips. Alle 4 comunque, eh. Tra una cosa e l'altra, 8 ore in piedi, torturandomi la schiena.
Eh, si invecchia.